Il mito dell’algoritmo
Sembra, sembra molto, che sia nata una nuova forma di religione, che come tutte le religioni che si rispettino ha i suoi dogmi, i suoi seguaci di prima linea, una popolazione da istruire.
Naturalmente non potremmo fare a meno delle religioni. L’origine della parola è “relegere”: raccogliere in sintesi elementi di verità, questo significato ci potrebbe trarre in inganno perché viene spontaneo chiedersi: quale verità?
Le religioni, tutte hanno dei fondamenti sufficientemente veritieri, le religioni hanno il compito di regolare il comportamento umano, assecondando la spinta innata nell’uomo al sacro.
Quella di cui accenneremo, in modalità di spunto di riflessione, come è nello stile del blog “la cura”, non si tratta di una nuova dottrina con elementi di trascendenza ma di un pensiero collettivo supportato dalle odierne conoscenze ( che sono e saranno sempre transitorie) utilizzato per tentare di colmare la naturale vocazione dell’uomo alla ricerca, fornendo spiegazioni “ al tutto”, presumendo che ogni evento sia indagabile dalla scienza di oggi.
Il progresso è lampante, le conoscenze della biologia non hanno mai avuto uno sviluppo al pari di oggi.Nel percorso evolutivo dell’umano è una tappa come lo sono state le infinite scoperte su cui la scienza moderna appoggia i suoi piedi per crescere.
La nuova forma “ religiosa” è lo scientismo cioè un bagaglio di conoscenze che dirige e condiziona le nostre scelte.
Se per me, per la cura, è una certezza la validità della scienza che attraverso il rigore della prova dimostra la causalità degli eventi , la replicabilità dei risultati, la tangibilità del progresso che si rende spendibile in molti campi in primis nell’arte medica. Si rende palese però,la sua impossibilità ad assurgere il ruolo di verità inconfutabile.
Eppure…
Eppure l’avanzamento veloce e dilagante delle conoscenze scientifiche e la loro realizzazione attraverso la tecnologia ha allagato i campi dell’esistenza, sovrastando la loro vocazione alla ricerca.
La scienza aiuta, solleva , accelera ma non sostituisce il valore dell’umano, la sua natura evolutiva.
SERVE UN BUCO, serve una cura.
La chiave di svolta è nella nostra dipartita.
La morte è la fine della vita, al singolare, unico e irripetibile modo di esserci.
Prendersi cura di quell’esistenza che ci attraversa per un lungo o breve periodo non scioglie il difficile nodo che dobbiamo affrontare tutti ( proprio tutti) che è il morire, sparire, abbandonare chi ci ama, attraversare un pezzo di strada senza conoscere dove è la svolta, dov’è il baratro.
Ogni vita è preziosa in quanto unica e irripetibile e non si può sintetizzarla in un algoritmo…
Prendersi cura di un esistenza non è solamente un atto terapeutico, non si può e non si deve esaurire in quello.
L’atto terapeutico spesso risponde ad un algoritmo, preciso, coinciso che lascia un buco incolmabile: che strada abbiamo percorso? Cosa abbiamo lasciato ? Cosa abbiamo imparato?
Non potremmo mai rispondere a queste domande ,non ci saremo più a difenderci a nasconderci, ad accelerare, a giustificare le assenze o gli eccessi di presenza , sarà chi viene dopo di noi a raccogliere i frutti di quello che lasciamo e colmeranno i vuoti che non abbiamo riempito… e… accadrà , la specie sopravviverà solo se passeremo da quel buco nell’algoritmo.
“…Si tratta di una vera e propria idolatria che tende a scambiare lo scientismo per una nuova forma di religione. La credenza che la sostiene è quella della traduzione esaustiva della vita in un formulario anonimo: i vissuti emotivi diventano grafici , i corpi funzioni, i desideri riflessi condizionati, il pensiero intelligenza artificiale. Ogni parte dell’umano può essere misurata, calcolata, tracciata.
Ma in questa nuova idolatria si è perduta la dimensione umana della cura, la quale non può essere identificata in una procedura anonima poiché essa è innanzitutto un atto simbolico che riconosce il carattere insostituibile di ogni singolarità…”
Massimo Recalcati
18/ottobre /2025
Repubblica

