Accudire, proteggere, occuparsi dei bisogni altrui questi sono i significati della cura, prendersi cura, io aggiungerei riconoscimento.
Prendersi cura è un atto spontaneo o voluto consciamente da chi lo mette in atto verso qualcuno o qualcosa che riteniamo vulnerabile, prezioso, utile, da preservare o da valorizzare.
Ad oggi, n Italia , la cura ha ancora un accezione che sminuisce il suo valore.
Accudire i figli in tenera età , ccuparsi dei soggetti fragili , avere un attenzione premurosa verso qualcuno o qualcosa viene indirizzato nella categoria del femminile che se non si “occupa” di qualcuno certifica la sua inutilità, la sua assoluta insesatezza, la cancellazione dell’identità.
Per secoli la cura è stata il luogo del” qualcuno deve fare questo sporco lavoro”; relegata ai soggetti fragili, le donne, che in quanto non utili, mancanti di potere autorefernziale non avevano scelta se non rendere ipertrofico un aspetto del loro femminile.
La storia l’hanno scritta gli uomini e le donne che in ogni tempo hanno dato il loro contributo alla storia di cui siamo figli.
Molte, moltissime le donne che in ogni campo del sapere hanno avuto ruoli di rilievo nei settori della conoscenza che hanno cambiato il corso degli eventi , ad oggi continua il paziente lavoro di rispolvero dei loro nomi , delle loro storie, il loro giusto riconoscimento.
La cura è un aspetto del femminile che si incarna biologicamente in un corpo femminile ma non sempre la biologia determina tutto ciò che emerge oltre di essa
La cura è un valore ma è il suo riconoscimento a renderne possibile l’espressione.
Le donne, molte donne, per affrancarsi dal peso e dal ruolo consegnatole dalla natura si identificano con quel principio maschile assumendone atteggiamenti e valori.
Nel corso dei secoli, la cura ha assunto un ruolo secondario e subordinato rispetto a tutto ciò che si è andato affermando proprio in virtù del suo essere cura.
Oggi non ci siamo ancora discostati molto dal riconoscimento che ciò che è manifesto, ciò che esiste necessita della cura lasciando che rientri ancora nella categoria del mito come espressione di una narrazzione fantastica , sovrannaturale e non come espressione di una scelta, manifestazione di una volontà che riconosce il valore di ciò che è vivo e della sua possibilità intriseca di diventare ciò che è. Lasciata al di là del cielo, nessuna reponsabilità, nessun compito da eseguire , solo una forza “ celeste” finché non porta a compimento la sua missione, senza un corpo che la incarni e che la renda possibile.
La mitizzazione della cura è un intervento culturale riuscito , aimè, benissimo, svuotato di ogni valore e declinato al consumo, all’abuso come merce senza prezzo. Naturalmente quando si svuota un valore lo si fa in nome di una contropartita che appaghi di più, che riempa l’apparente vuoto.
La cura riconosce il valore infinito del vuoto, del limite, dell’oltre riconoscendo il limite dell’umano e per questo è capace di salvarlo.

La cura deve restare un argine, in una zona di confine è quello il suo ruolo, è lì che svolge la sua funzione. Basterebbe ricordare che è l’argine che contiene tutto ciò che cè dentro : l’immagine dell’utero è esplicativa, una cavità virtuale, pareti capaci di dilatersi fino al loro estremo per conetenere un altro corpo.
Smettere di renderla mito e tradurre quell’asrazione che ci esenta da qualsisi responsabilità, per riconoscere la necessità di un confine, di un luogo della riparazione, del riposo, del ricominciare, del contenere, dell’attesa, del conforto, del mistero, ci restituisce un argine alla follia connaturata all’umano.
Ci sono professioni che necessitano di conoscere e talvolta fare proprio questo aspetto dell’essere: tutte le professioni che operano nell’ambito dell’umano: giustizia, sanità, educazione.
Senza paternalismi, lontani dal mito , fuori da ogni ripiegamento autorefernziale ( interessi ) , la cura è un cardine della vita che inizia con il suo arrivo e termina con la sua dipartita e tutto ciò che sta in questo arco temporale.
La cura , prendersi cura è una scelta di riconoscimento: riconoscere l’altro , la sua presenza e il suo bisogno . La sua negazione , al contrario conduce alla cancellazione di quel riconoscimento che , talvolta è necessario esercitare e rendere concreto attraverso l’agire.
La cura richiama alla responsabilità delle scelte , di ciò che riconosciamo e di ciò che non è nostro, svolgendo così un compito determinante nella manifestazione dell’essere pur restando sempre nel suo ruolo di confine, di limite.

