Scrivere , disegnare, fissare sulla pelle date, nomi, immagini, simboli, tanti simboli, è un espressione ancestrale, primitiva, mi ricordano i disegni primitivi sulle pareti delle grotte, quando queste erano luoghi di rifugio e spazio di vita privata.
La pelle che è il nostro primo confine, oggi ci racconta storie che prima avremmo conosciuto solo facendocele raccontare , in un tempo e uno spazio molto più dilatato.
Il corpo è il luogo originario del pensiero, della creatività, dell inquietudine, il corpo misura il tempo e lo può dilatare o ridurre attraverso l’astrazione , il corpo è l’inizio e la fine , tutto quello che può stare in questo spazio è potenziale che diventa reale nel suo darsi al tempo vissuto.
Scrivere sulla pelle racconta di un confine personale compresso , schiacciato che chiede uno spazio, un luogo dove possa esprimere la sua presenza/assenza.
Nulla è mai a caso, le mode, i modelli che si susseguono non sono mai accidentali ma interpretano il tempo in cui sono calati, la moda raccoglie gli ingredienti del tempo presente e la traduce in rappresentazioni sotto forma di abbigliamento , di linguaggi, di usi e costumi.
Il tatuaggio calza perfettamente la necessità di affremarsi : “Io sono io”, nella rappresentazione dei miei contenuti ( ricordi, simboli,evocazioni…) sulla pelle .
In questo tempo lo spazio personale è stato compresso ,il ritmo di vita è accellerato, il numero degli compiti e degli oneri è cresciuto, la complessità è diventata quotidiana, mai come oggi possiamo vedere “l’effetto che fa” il nostro comportamento, è diventato tutto molto più leggibile aperto alla valutazione ma anche al giudizio, la velocità dei tanti cambiamenti ci ha travolto, la pelle , così può diventare l’ultimo confine tra “ io” e il mondo.
Se chi legge si riconosce in questo tipo di scenario dove il tempo diventa il luogo (spazio) per scrivere la propria storia fatta di vissuto con quello che c’è, esprimendo un bagaglio personale ,
la rappresentazione sulla pelle diventa un modo per uniformarsi ai linguaggi correnti senza svelare troppo di sé, lasciando uno spazio , di pelle, libero di diventare anche altro …
se la pelle coincide con il suo contenuto , se il tatuaggio diventa l’unico” luogo” per dire “esisto”, l’unico tempo per potermi esprimere, il tempo e lo spazio si trovano a coincidere e quindi si azzerano …
in ogni caso vale la pena ricordare che nel vuoto e solo nel vuoto si possono costruire e ricostruire identità, essendo il vuoto il luogo privilegiato della relazione che rimanda all’io sono.

La pelle serve a contenere e restituire la prima identità resta il primo ed unico confine che funge da argine e luogo di accesso alle relazioni,
la relazione è uno spazio personale , scelto, condiviso che si apre o si chiude al mondo, uno spazio che costruisce mondi reali , possibili , immaginari , inutili.
La cura ci ricorda che siamo un corpo che non è mai solo corpo finché non diventa cadavere, il suo rimando è il suo, mistero ciò che che dovremmo scoprire nel tempo che ci è dato.
Nel corpo abita l’essere ed è con il nostro essere che entriamo in relazione cioè il luogo del divenire.
Scoprire o coprire ha sempre una valenza simbolica per cui nel mostrarci siamo uno o un altro o molti altri.
Prendersi cura è il primo gesto che dovremmo rivolgere a noi stessi prima di aprire lo sguardo sul mondo senza dimenticare che siamo anche noi un frammento di quel mondo.
La cura sta nel dosare il nutrimento che rivolgiamo a noi e ciò che possiamo dare, anche nella rappresentazione di noi.
Essere e dare non saranno mai in un equilibrio, il dare o essere sarà sempre in disarmonia ed è questa disparità che ci consente di relazionarci nel mondo a noi la libertà di regolare il disequilibrio.
Cambiare il modo di rappresentare la realtà, modifica la realtà stessa per questo prendersi cura delle proprie scelte e rappresentazioni è un sentiero che non ricalca mode o modelli ma ci protegge da chi svaluta e mercifica quei contenuti.

