L’intelligenza-artificiale- e l’umano

L’ IA, l’intelligenza artificiale è la nuova frontiera del progresso che non sempre è graduale , proporzionata alle nostre capacità di assimilare nuove forme di sapere, nuove manualità, nuovi modi di interagire.

L’intellignza artificiale è un prodotto dell’umano, non andrebbe dimenticato, costruito per rispondere a quella necessità intrinseca dell’uomo che è evolvere: trovare sistemi più veloci, meno complessi, più remunerativi ( per pochi), al fine di ridurre la sua fatica, ottimizzare il tempo, sentirsi creatore della realtà.

Il dubbio che sorge è che, forse, abbiamo superato un limite che potremmo non saper gestire, affidare cioè, a dei processori una quantità di informazioni tali da rendere “ la macchina” con capacità superiori a quelle umane umane.

Un processore così evoluto e così onniscente da arrivare a incrociare le informazioni e fare deduzioni astratte, dotarsi in modo embrionale di una coscienza.

Questa volta non sarà una semplice tecnologia, cioè uno strumento che riducendo l’impegno e la fatica massimizza i risultati, o accellera il lavoro quotidiano. Quando nelle nostre case e uffici sono entrati i pc , come quello su cui sto scrivendo, c’è stata un’accelerazione , si sono costruite reti di collegamento prima di allora impensabili.

Poter condividere immagini, documenti, in tempo reale ci ha cambiato , un po , la vita. Oggi ,credo, che il moto di accelerazione sia di gran lunga più significativo, non si tratta più di tecniche diesecuzione, di mezzi fisici da utilizzare ma di forme evolute con cui entrare in contatto,forme di conoscenza con capacità di gran lunga superiori alle nostre , almeno nei contenuti, velocità di elaborazione, capacità responsive ma senza responsabilità.

Nessun problema se noi siamo ancorati alle nostre capacità, sistema di valori, apertura all’intuizione,cioè se siamo in grado di gestire tale superiorità quantitativa ma anche qualitativa.

L’umano ha delle peculiarità uniche, tra cui nascere biologicamente e morire biologicamente, un processore può essere assemblato e smontato, non potrà avere quel “ quid” che chiamiamo vita, la sfida sarà dare valore a queste sostanziali differenze.

L’umano esiste in quanto corpo biologico, capacità cognitive, emotive, dotato di limiti, di memoria, di libero arbitrio, l’IA, no.

Un processore altamente evoluto capace di contenere tutte le informazioni che l’uomo può programmare, con il potenziale e il limite di non avere un programma biologico di “ entrata e uscita” ma un perenne presente che deve essere gestito da umani.

La differenza tra un processore ed un corpo umano è indiscutibile ( almeno per oggi) e la partita si gioca sulla memoria del corpo,sulla sua capacità di sentire emotivamente e rispondere in modo unico e irrietibile, attributi che un processore non ha.

L’ IA è dotato di una memoria ,intesa come capacità di immagazzinare un numero di informazioni che noi umani non possiamo contenere ma non potrà mai fare esperienza ,sentire, elaborare, ampliare lo stato di coscienza, attività che appartiene solo all’umano.

L’esperienza, qualsiasi vissuto che ci coinvolga, lascia un impronta, resta registrata nel corpo anche se non è un vissuto fisico.

Se da bambini facciamo esperienza di un trauma psicologico il corpo lo ricorderà in modo indelebile anche se la mente lo avesse rimosso.

Il corpo biologico è un sistema complesso che non divide artificiosamente la mente, le emozioni dalla sua materia, bensì esiste una rete che è il sistema nervoso ( dal centrale al periferico) che registra tutto ciò che “ sente” , sia che provenga dal nosto mondo interiore sia qualsiasi esperienza viva il corpo, la mente, la coscienza serve a interpretare l’accaduto e questo ci rende unici e irripetibili.

Sentire le emozioni che il corpo registra e archivia nella sua personale memoria ( nelle cellule), non è cosa da IA, provare sentimenti che il corpo manifesta non può essere replicato da un processore per quanto evoluto.

L’esperienza umana si affaccia su un costone che lascia un grande spazio vuoto, una grandissima libertà di azione, esploreremo frontiere imprevedibili , l’augurio che il nostro corpo sia lì con tutto il nostro essere a sentire, a fare esperienza a imparare a lasciare delle impronte del nostro passaggio sulla terra.

Generazione Meta

Il termine generazione fa riferimento ad” un gruppo, popolazione che ha sperimentato lo stesso evento nello stesso intervallo di tempo”.

Il prefisso meta, ha diversi significati, qui lo useremo per indicare “dopo”, “andare oltre”, “tra”in mezzo”.

Generazione meta fa  riferimento a quegli individui che cogliendo le potenzialità della cura di sé , dell’ascolto del proprio sentire, che ,nonostante chi li abbia preceduti ( famiglia, società) non abbia intuito il potenziale che è in ognuno di noi e che ( con un po di fatica e determinazione) ha intenzione di esprime prendendo “mete” diverse, alternative, personali,

 oppure di chi nonostante sia stato facilitato, sostenuto nel suo percorso di crescita , ha deciso di fare tesoro dell’ eredità materiale e immateriale e  di interpretarle in modo personale, mettendo a fuoco i propri talenti , seguire le proprie “mete”,

Ad oggi , se entrate in una libreria troverete con facilità libri che testimoniano, raccontano  di chi , in conseguenza di un vissuto che lo ha trasformato profondamente, decide di raccontare la propria personale storia perché possa essere di spunto, di esempio, di ispirazione o speranza per altri.

Il dolore, la malattia sono una scomodissima fonte di trasformazione personale.

 Poi ci sono storie di  cambiamento che passano attraverso viaggi, scoperte, coincidenze inaspettate, la vita è lì che sostiene i cambiamenti , è la sua garanzia di progresso.

Qui uno spazio per la storia di ognuno che abbia trovato “ l’oltre” nel qui e ora del vivere.

Chi fa , ha fatto esperienza di situazioni estreme ( dove l’incertezza del domani diventa il tuo compagno di viaggio), chi , senza cercarlo ha vissuto ampi spazi della propria esistenza “ fuori da sé”, cioè lontano da ciò che sentiva di essere, lontano dai luoghi e dalle persone con cui condividere almeno parti di vita, chi ha riscoperto valori e le sue gerarchie alla fine del viaggio… ognuno sa quali prove gli ha chiesto la vita.

 Non sempre si può, si riesce ad andare “ oltre”, mantenendo fede ai propri sogni, desideri, ma condividere può aiutare a non sentire tutto il peso della solitudine in cui si fanno questi percorsi.

Nessuno si può sostituire ad un altro, il solo tentare è di per sé un aberrazione, ma leggere di altre storie che hanno delle analogie con quella personale , senza entrare nello specifico, nel dolore o nel vuoto che talvolta fa da compagno di viaggio, ma la testimonianza che si può fare, ci si può provare e indipendentemente dall’esito ,possiamo dire che siamo andati “oltre”.

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