Il mito della morte
Lo avete fatto…siete andate da lui.
La risposta sembrò nulla davanti all ‘espressione sconvolta di Maria
Non è possibile…Con un sospiro Bonaria si alzò.
Aveva sempre saputo che quel momento sarebbe venuto, ma non era certo così che lo aveva immaginato.(…)
Anche io avevo la mia parte da fare e l ho fatta.
E quale parte era?
L’ultima, io sono stata l ‘ultima madre che alcuni hanno visto
Maria rimase in silenzio per qualche minuto mentre la rabbia moriva nel senso inaccettabile di quelle parole.
Quando parlò, Bonaria seppe che non c’erano più spazi per capire (…)
Non dire mai : di quest’acqua io non ne bevo.
Potresti trovarti nella tinozza senza manco sapere come ci sei entrata.”
La cura è quella volontà che diventa gesto , volontà espressa che porta alla luce la vita, non solo quella biologica ma tutti i suoi contenuti fisici e non fisici.
Prendersi cura è la prova dell’esistenza , la prova della manifestazione che ciò che è esiste.
La cura dell’umano è il riconoscimento dell’altro che consente il riconoscimento di sé.
Veniamo al mondo per le ragioni più diverse, quello che è certo che non lo scegliamo.
Per diversi anni siamo dipendenti in tutto dagli altri.
Se qualcuno si sarà preso cura di noi avremo le basi per attraversare quel pezzo di strada che ci sarà consentito, se nessuno avrà avuto cura preso cura di noi ,e saremo sopravvissuti, dovremmo cercare un punto di appoggio per procedere nella navigazione…
E poi così come siamo arrivati, andremo da qualche parte,dentro le vite degli altri, nei ricordi, in una infinitesima particella della nostra evoluzione o senza aver lasciato traccia del nostro passaggio torneremo terra.
Siamo storia, fatta di infinite storie dove chi ci ha preceduto ha lasciato dei compiti da fare, abbiamo ereditato l’idea di onnipotenza, di superiorità mettendo in luce un progresso mai avuto, abbiamo costruito l’utopia dell’immortalità, l’appartenenza alla felicità senza prezzo , il consumo senza restituzione.
Sarà compito delle prossime generazioni ridimensionare l’utopia liberandosi dei tabù che ci siamo portati appresso in questo folle secolo ( trascorso).
Il mistero di cui siamo espressione inconsapevole : la nascita e la morte resterà ancora a lungo un pensiero a cui non poter accedere, quello che ci attende è la cura con cui ci poniamo la domanda : da dove arriviamo, dove andiamo.
Abbiamo costruito muri culturali molto solidi per tenere lontano e indecifrabile il mistero dell’ingresso e dell’uscita da questo viaggio, così Michela Murgia, con capacità e coraggio ci porge come una carezza l’umiltà che c’è nell’arrivare e nell andarsene.
Un romanzo che fa uscire dalle pagine pensieri che non vorremmo pensare, la nostra rimozione è resistente a tratti inviolabile: la morte non esiste, lasciamo che il dolore scorra a fiumi per la perdita di una persona cara, c ‘e più difficile accettare che la vita è un viaggio, un opportunità di cui prendersi cura.
Vivere vuol dire far alzare l’aquilone che viaggia controvento, la felicità viene dal far andare lontano quell’aquilone, vincere le resistenze del vento e… quando il filo si spezza potrebbe farsi spazio il senso di gratitudine per il vorticare del nostro aquilone per il gioco delle correnti del vento, sapendo che il filo un giorno, finisce , si spezza , ci lascia.
Un altra madre un’accabadora potrebbe accompagnarci per un saluto, per testimoniare che ci siamo stati, un privilegio, un dono a cui essere grati.

“ Come gli occhi della civetta , ci sono pensieri che non sopportano la luna piena.
Non possono nascere che di notte, dove la loro funzione è la stessa della luna , necessaria a smuovere maree di senso in qualche invisibile altrove dell’anima.
Di quei pensieri Bonaria Urrai ne aveva diversi e aveva imparato nel tempo a prendersene cura , scegliendo con pazienza in quali notti farseli sorgere dentro”

